OM :: Advaitic Songs

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  • Drag City
  • Doom
  • 2012

Quello di Al Cisneros è un nome che ormai dovrebbe far aprire le gambe ad ogni ragazza, è finito ormai (purtroppo) il tempo in cui il Doom era un genere di nicchia ad uso e consumo esclusivo di quei pochi che avevano la costanza e la forza di addentrarsi in atmosfere e mood tanto densi e dal peso specifico estremo. Siamo ormai in piena ripresa del genere, si sono rotti gli argini e quell’ arte che fu iniziata dai Black Sabbath ci ha sommersi tutti; dallo Stoner più classico di stampo sabbathiano, passando per la purezza targata Reverend Bizarre, per finire poi con le increspature HC della nuova scuola sludgecore. Ormai c’è solo l’ imbarazzo della scelta (si sono anche rotti i tabù delle vocalist femminili pensate un po’ ).

E in questo clima di diffusione di massa il nome di Cisneros non può essere più sconosciuto a nessuno, e non può nemmeno più sfuggire allo status di Guru che circonda la sua figura. Ovviamente è guru per tutti gli appassionati del genere Doom in generale, poi per i cannaioli è proprio una specie di semidio. La Sensimilia fatta carne e ossa.

Se non ci è sconosciuto lo zio Al, non ci sono nuove nemmeno le sue creature musicali e quì adesso staremo a parlare degli Om. Il duo che tanto divide critica e fans. Da una parte abbiamo chi li venera e basta, in quanto tutto ciò che Cisneros tocca si tramuta in oro. dall’ altra abbiamo chi lo accusa di pretenziosità e di prendersi troppo sul serio e di esagerare con questa storia del bassista sciamano. Fondamentalmente gli Om sono stati sempre una band che ha fatto esclusivamente quello che voleva, senza entrare nei meriti delle fonti della loro ispirazione, hanno sempre cercato di creare una miscela di Doom e misticismo quantomai unica ed efficace. Il loro successo sta prioprio nel fatto di saper coniugare perfettamente gli interessi musicali “esotici” dei suoi componenti, con strutture Doom molto semplici e minimali. Ed è da questa semplice ricetta che nascono gli assolati paesaggi desertici di Pilgrimage o quelli sacri dei monasteri tibetani di God is Good.

Per quanto mi riguarda non sono mai stato un fan sfegatato di questo progetto, li ho sempre preferiti “a canzoni” non ad album interi, ma nel complesso sempre a mani alzate li ho considerati una band veramente interessante. Un pericolo questo, che è sempre dietro l’ angolo quando si registra in maniera diretta senza aver prima programmato niente.

A distanza di tre anni, gli Om si presentano con il quinto album in studio, senza tradire le aspettative di nessuno, si riconfermano la band spiritual-trascendentale di sempre. “Advaitic Songs” è (verrebbe qui quasi da dire “la solita”) miscela di ritmi ipnotici filo indiani e sonorità ancestrali, con una tutta nuova venatura gotica che sorprende e lascia di stucco quando si alza ai massimi livelli durante lo straordinario e toccante riff di violoncello in “Haqq al-Yaquin”, che si candida come miglior traccia in assoluto della band. E che quasi si pone come sintesi delle intenzioni future della band, ma non si può mai dire.

Non mi va di dilungarmi troppo, anche perchè mi è sempre stato difficile definire entro determinati schemi e paletti band di questo tipo, preferisco lasciare a voi il commento finale. Quanto sopra non è nient’altro che un consiglio, se così vogliamo chiamarlo, ad ascoltare quello che molto probabilmente è il disco più riuscito degli Om e del Tom Araya del Doom.