Botanist :: IV Mandragora

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  • The Flenser
  • Black Metal
  • 2013

Credo che i miei amici abbiano cominciato ad odiarmi dal 2011, qualcun’altro sicuramente prima. Ho sempre avuto un problema con il contenere l’entusiasmo, non che sia una persona che si possa definire solare e travolgente, ma ogni volta che c’è qualcosa che mi esalta non riesco mai a fare a meno di cercare di coinvolgere tutti. Ovviamente di quanto fossi molesto poi me ne sono sempre reso conto solo successivamente.

Così è stato anche quando ho ascoltato per la prima volta “I:The Suicide Tree/II: A Rose From the Dead” di Botanist, e vogliate scusarmi se non vi darò nessuna informazione di tipo biografico tanto a smanettare con l’Internet siete bravi, poi basta andare su Botanist.nu ,oppure potete leggervi quest’intervista che gli feci all’epoca e pubblicata quì così vedete anche quanto faceva cacare il mio inglese.

E questo era il 2011. Ma adesso, dopo due anni esce “IV: Mandragora”, il quarto dei cinque dischi previsti per questo progetto, che è senza alcun dubbio uno dei più ambiziosi degli ultimi dieci anni. Quì siamo ormai lontani dall’ossessività ritmica e dal verticalismo melodico dei primi due lavori, allontanamento iniziato già con “III: Doom In Bloom” e quì riproposto. Ora tutto si carica di un disarmante fascino erotico, cullato da suadenti melodie (“To Amass An Army”,”Mandrake Legion” ) e ritmiche quasi marziali (“Nighshade“). Dopo quel “canto della sirena” che era “III: Doom in Bloom”, adesso dall’inizio alla fine assistiamo alla chiamata alle armi del Botanist, il suo grido di raccolta. Truppe pronte per la soluzione finale, le ceneri dell’umanità ne saranno il concime. “Their necks snapped irrevocably/Penance for their crimes/atonement for their sins/From their deaths shall spring life”.

Mandragora è stata evocata, la crociata corrotta dell’uomo volge ormai al termine, la natura ora è pronta a vomitargli indietro tutto l’odio che le ha scagliato contro per secoli, le sue spine taglieranno le gole dei falsi re della terra, quei leader che hanno relegato la natura in uno stato di subiezione. Quando il sangue diverrà terreno, non ci saranno più lamenti, non ci sarà più sofferenza.

Per quanto riguarda la scrittura, disco si concentra principalmente sulle linee vocali, sulle parole del Botanist, intorno alle quali si intreccia tutto il pattern melodico, soluzione che fa di questo “VI:Mandragora” il disco più complesso dal punto di vista compositivo fino ad ora realizzato da Otrebor. Album dopo album la scrittura dei brani infatti si è sempre fatta più complessa, ma quello di Otrebor non è un processo di composizione comune, quì non è l’artista a mettere su un vero e proprio metodo, piuttosto sono le situazioni, è il concept stesso a creare/esigere il suo metodo espressivo, quasi al pari della scrittura automatica. Questa di Otrebor non è dunque una scelta, ma è l’unica via possibile per dar voce a quella che sembra essere ormai l’alba della fine dell’uomo.

No passion but Black, no altar but Earth.

Voto 9.5

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